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Pietro Concari

Informazioni per i pazienti

Domande frequenti

Le domande che mi vengono fatte più spesso, con risposte generali. Servono a orientarsi: non sostituiscono la visita né il parere del proprio medico e non permettono una diagnosi a distanza. In caso di sintomi improvvisi o importanti bisogna chiamare subito il 112.

Risposte di Pietro Concari, medico chirurgo, specialista in Cardiologia. Aggiornate a ottobre 2026.

Sintomi

7 domande

Come si riconoscono i sintomi di un infarto?

Il sintomo più tipico è un dolore o un senso di peso al centro del petto, descritto spesso come oppressione o costrizione, che dura più di qualche minuto e può estendersi al braccio sinistro, alle spalle, al collo, alla mandibola, alla schiena o alla parte alta dell’addome. Può accompagnarsi a sudorazione fredda, nausea, mancanza di fiato, debolezza o sensazione di svenimento.

Il quadro non è sempre così chiaro: nelle donne, negli anziani e nelle persone con diabete i sintomi possono essere più sfumati, per esempio solo affanno, stanchezza improvvisa o un fastidio allo stomaco.

Quando chiamare il 112. Subito, davanti a questi sintomi, senza aspettare che passino e senza mettersi alla guida per andare in ospedale da soli: nell’infarto il tempo che passa prima delle cure conta.

Quando il dolore al petto deve preoccupare?

Molti dolori al petto non dipendono dal cuore: possono avere origine dai muscoli e dalle articolazioni del torace, dall’esofago o dallo stomaco, dai polmoni, oppure accompagnare uno stato d’ansia. Distinguerli da soli però non è affidabile, e per questo un dolore toracico va sempre preso sul serio.

Quando chiamare il 112. Subito, se il dolore è oppressivo, dura più di qualche minuto, compare a riposo o si estende a braccio, collo, mandibola o schiena; se si accompagna a sudorazione, mancanza di fiato, nausea, palpitazioni o svenimento; se un dolore che compare sotto sforzo diventa più frequente o dura di più.

Un dolore o un senso di peso che compare durante uno sforzo e passa con il riposo va fatto valutare senza rimandare, contattando subito il proprio medico, anche se nel frattempo è passato.

Quando le palpitazioni devono preoccupare?

Le palpitazioni sono la percezione del proprio battito, che può sembrare forte, accelerato o irregolare. Sono molto comuni e spesso dipendono da cause non cardiache o da aritmie benigne, ma possono anche essere il segno di un’aritmia da trattare.

Quando chiamare il 112. Se le palpitazioni si accompagnano a svenimento o sensazione di svenire, dolore al petto o mancanza di fiato importante, oppure se il battito è molto veloce e non si ferma. Chi ha già una malattia di cuore nota dovrebbe chiamarlo anche per palpitazioni prolungate o diverse dal solito.

Negli altri casi conviene parlarne con il medico. È utile annotare quando compaiono, quanto durano, se il battito è regolare o irregolare e se c’erano fattori scatenanti, come caffè, alcol, sforzo o poco sonno. L’informazione più preziosa è un elettrocardiogramma registrato durante l’episodio: anche il tracciato di uno smartwatch può servire, da mostrare al medico, ma non sostituisce la sua valutazione.

Approfondimento: Cardiopalmo: perché il cuore batte forte, veloce o irregolare.

Perché ho il battito accelerato a riposo?

Una frequenza cardiaca elevata a riposo può avere molte cause: febbre, disidratazione, anemia, alterazioni della tiroide, caffeina, alcol, alcuni farmaci, ansia e mancanza di sonno, ma anche malattie del cuore o dei polmoni e alcune aritmie.

Se la frequenza a riposo resta stabilmente sopra i 100 battiti al minuto, o aumenta senza un motivo apparente, è opportuno parlarne con il medico, che potrà richiedere un elettrocardiogramma ed esami del sangue.

Quando chiamare il 112. Se il battito accelerato si accompagna a dolore al petto, mancanza di fiato o svenimento.

Ansia e stress possono accelerare il battito?

Sì. Ansia e stress attivano il sistema nervoso e possono aumentare la frequenza cardiaca e la pressione, oltre a rendere più evidenti battiti normali o extrasistoli. È un meccanismo frequente e spesso innocuo.

Proprio perché è così comune, però, l’ansia andrebbe considerata la causa solo dopo aver escluso, con una visita, un elettrocardiogramma e, se serve, qualche esame del sangue, un’aritmia o un’altra condizione da trattare, come un problema di tiroide o un’anemia.

Perché ho il fiato corto quando cammino o salgo le scale?

Un po’ di affanno durante uno sforzo intenso è normale. Diventa un segnale da valutare quando compare con sforzi che prima si facevano senza fatica, peggiora nel tempo, costringe a fermarsi o si accompagna a dolore al petto, palpitazioni, gonfiore alle caviglie o difficoltà a respirare da sdraiati.

Le cause possibili sono molte: scarso allenamento, sovrappeso, anemia, malattie dei polmoni, ma anche malattie del cuore come lo scompenso, una valvulopatia o la cardiopatia ischemica. Un affanno nuovo o in peggioramento va fatto valutare dal medico.

Quando chiamare il 112. Se la mancanza di fiato è improvvisa e intensa, a riposo o con dolore al petto.

Sono svenuto: cosa devo fare?

Lo svenimento, o sincope, è una perdita di coscienza breve, con caduta, da cui ci si riprende da soli e completamente nel giro di pochi istanti. È dovuto a un calo temporaneo del flusso di sangue al cervello e nella maggior parte dei casi è di tipo «riflesso», benigno: compare stando a lungo in piedi, al caldo o in ambienti affollati, con un dolore, alla vista del sangue o per un’emozione forte, dopo aver urinato o tossito, ed è preceduto da segnali come calore, sudorazione, nausea, pallore o vista che si annebbia. Altre cause frequenti sono il calo di pressione quando ci si alza in piedi, la disidratazione e alcuni farmaci.

Più raramente lo svenimento dipende dal cuore, per un’aritmia o una malattia cardiaca, ed è il caso da non lasciarsi sfuggire. Fanno pensare a una causa cardiaca lo svenimento durante uno sforzo o da sdraiati, quello preceduto da palpitazioni improvvise o arrivato senza alcun preavviso, quello accompagnato da dolore al petto o mancanza di fiato e quello di chi ha una malattia di cuore nota o familiari morti improvvisamente in giovane età.

Ogni primo svenimento va riferito al medico. La valutazione parte da un racconto il più preciso possibile (che cosa si stava facendo, che cosa si è avvertito prima, che cosa hanno visto gli eventuali testimoni) e comprende la visita, con la pressione misurata da sdraiati e in piedi, e l’elettrocardiogramma: spesso questo basta per arrivare alla diagnosi. Ecocardiogramma, Holter, test da sforzo, tilt test o registrazioni più lunghe del ritmo servono solo in alcuni casi.

Chi ha svenimenti riflessi può spesso prevenirli: ai primi segnali conviene sdraiarsi o almeno sedersi, e aiutano bere a sufficienza ed evitare le situazioni scatenanti. Se si assumono farmaci che abbassano la pressione, il medico valuterà se adeguarli; non vanno sospesi da soli. Quando tornare a guidare va chiesto al medico, soprattutto se lo svenimento è arrivato senza preavviso o alla guida, o se c’è una malattia di cuore.

Chi è svenuto va lasciato sdraiato, con le gambe sollevate se respira normalmente, e non va fatto rialzare in fretta.

Quando chiamare il 112. Se la persona non riprende conoscenza entro un minuto o non si riprende del tutto; se è svenuta durante uno sforzo o da sdraiata, o dopo palpitazioni improvvise; se ha dolore al petto, mancanza di fiato, difficoltà a parlare o a muovere un braccio o una gamba; se cadendo si è ferita, soprattutto se ha battuto la testa o assume una terapia anticoagulante. Se non risponde e non respira normalmente non è uno svenimento: dopo la chiamata si inizia il massaggio cardiaco e si usa il defibrillatore, se presente.

Pressione arteriosa

5 domande

Pagina dedicata alla prevenzione cardiovascolare

Quali sono i valori normali della pressione?

Le linee guida europee sull’ipertensione (ESC 2024) distinguono, per le misurazioni fatte in ambulatorio:

  • pressione non elevata: massima sotto 120 e minima sotto 70 mmHg;
  • pressione elevata: massima tra 120 e 139 oppure minima tra 70 e 89 mmHg;
  • ipertensione: massima di 140 o più oppure minima di 90 o più, confermata da misurazioni ripetute.

Fuori dall’ambulatorio le soglie sono più basse: si parla di ipertensione con una media di 135/85 mmHg o più nelle misurazioni a casa, e di 130/80 mmHg o più nella media delle 24 ore con l’Holter pressorio.

Una singola misurazione non basta per una diagnosi: i valori vanno confermati e letti insieme al rischio cardiovascolare complessivo.

Approfondimento: Come abbassare la pressione senza farmaci.

Come si misura correttamente la pressione a casa?
  • Usare un apparecchio automatico da braccio validato clinicamente, con un bracciale della misura adatta al proprio braccio.
  • Misurare dopo 5 minuti di riposo, seduti, con la schiena appoggiata, le gambe non accavallate e il braccio appoggiato sul tavolo all’altezza del cuore, senza parlare.
  • Nei 30 minuti precedenti evitare caffè, fumo e attività fisica.
  • Ogni volta rilevare due valori a 1-2 minuti di distanza, al mattino (prima dei farmaci, se si è in terapia) e alla sera, per almeno 3 giorni e fino a 7 giorni consecutivi prima di una visita.
  • Annotare tutti i valori, senza scartare quelli che sembrano strani, e portarli al medico.
Cosa fare se la pressione è molto alta all’improvviso?

Per prima cosa ripetere la misurazione dopo qualche minuto di riposo, seduti e nella posizione corretta: spesso il primo valore, preso in un momento di agitazione, si riduce.

Se la pressione resta molto alta, per esempio 180/110 mmHg o più, ma non ci sono sintomi, va contattato a breve il proprio medico.

Quando chiamare il 112. Se la pressione alta si accompagna a dolore al petto, mancanza di fiato, mal di testa improvviso e molto forte, disturbi della vista o della parola, debolezza o formicolio di un braccio o di una gamba, confusione.

È meglio non assumere di propria iniziativa compresse in più o farmaci non prescritti: abbassare la pressione troppo in fretta può essere a sua volta pericoloso. Se il medico ha previsto una dose al bisogno, va usata come da sua indicazione.

Perché la pressione è più alta al mattino?

Al risveglio la pressione aumenta in modo fisiologico, per l’attivazione dell’organismo legata al ritmo sonno-veglia. Valori più alti al mattino possono dipendere anche dall’effetto dei farmaci che si sta esaurendo o da un sonno disturbato, per esempio dalle apnee notturne.

Per capirlo è utile misurare la pressione al mattino, prima dei farmaci, e alla sera, oppure fare un Holter pressorio delle 24 ore. Gli orari della terapia vanno decisi con il medico, senza spostarli da soli.

Quando si inizia la terapia per la pressione alta?

La pressione alta raramente dà sintomi, ma con gli anni danneggia arterie, cuore, cervello, reni e occhi e aumenta il rischio di infarto, ictus, scompenso e insufficienza renale. Per questo conta anche quando non si avverte nulla.

La decisione si basa su valori confermati con misurazioni ripetute, possibilmente anche a casa o con l’Holter pressorio, e sul rischio cardiovascolare complessivo. Secondo le linee guida europee, con valori confermati di 140/90 mmHg o più di norma si associano i farmaci alle modifiche dello stile di vita; con valori «elevati» ma più bassi, la terapia si valuta in base al rischio individuale, di solito dopo un periodo di cambiamenti nello stile di vita.

Una volta iniziata, la terapia non va sospesa né modificata di propria iniziativa, anche se i valori si sono normalizzati: spesso sono normali proprio grazie ai farmaci.

Approfondimento: Pressione alta: farmaci per tutta la vita?.

Ritmo e malattie del cuore

7 domande

Qual è la frequenza cardiaca normale a riposo?

Nell’adulto a riposo si considera normale una frequenza tra 60 e 100 battiti al minuto. Valori più bassi, anche intorno ai 50 o meno, sono frequenti negli sportivi allenati, durante il sonno e in chi assume alcuni farmaci, e di per sé non sono un problema.

Conviene parlarne con il medico se la frequenza a riposo è stabilmente sopra i 100 battiti, oppure se è bassa e si accompagna a stanchezza, capogiri, mancanza di fiato o svenimenti. La frequenza misurata da orologi e saturimetri è indicativa: in caso di dubbio serve un elettrocardiogramma.

Le extrasistoli sono pericolose?

Le extrasistoli sono battiti che arrivano in anticipo rispetto al ritmo normale. Si avvertono spesso come un «tuffo al cuore», un battito che manca o un colpo più forte, ma possono anche passare del tutto inosservate. Sono molto comuni, anche con il cuore sano, e possono aumentare con caffè, alcol, fumo, poco sonno, stress o febbre.

Nella maggior parte dei casi, in un cuore sano, sono benigne. Per dirlo però serve una valutazione: di solito visita ed elettrocardiogramma e, a seconda dei casi, un Holter per contarle e un ecocardiogramma per verificare la struttura del cuore. Vanno valutate con più attenzione se sono molto frequenti, se si accompagnano a svenimenti, dolore al petto o mancanza di fiato, o se c’è una cardiopatia nota o una storia familiare di morte improvvisa.

Approfondimento: Cardiopalmo: perché il cuore batte forte, veloce o irregolare.

La fibrillazione atriale è pericolosa?

La fibrillazione atriale è l’aritmia più frequente: gli atri si contraggono in modo disordinato e il battito diventa irregolare, spesso veloce. Può dare palpitazioni, affanno, stanchezza o capogiri, ma a volte non dà alcun sintomo e si scopre per caso.

Il rischio principale è l’ictus, perché negli atri si possono formare coaguli; può inoltre favorire lo scompenso cardiaco. Il rischio non è uguale per tutti: si stima con punteggi che considerano l’età e altre condizioni, come ipertensione, diabete, scompenso o un ictus precedente, e quando è indicata la terapia anticoagulante lo riduce in modo importante. La cura comprende anche il controllo della frequenza o del ritmo e dei fattori di rischio associati.

La terapia anticoagulante non va mai sospesa di propria iniziativa.

Quando chiamare il 112. Se la fibrillazione si accompagna a dolore al petto, svenimento o mancanza di fiato importante, o se compaiono segni di ictus come bocca storta, debolezza di un braccio o difficoltà a parlare.

Approfondimento: Fibrillazione atriale e anticoagulante: posso fare sport?.

Mi hanno diagnosticato la sindrome di Brugada: cosa devo fare?

La sindrome di Brugada è una condizione ereditaria che riguarda l’attività elettrica del cuore, mentre la sua struttura è normale. Si riconosce da un aspetto caratteristico dell’elettrocardiogramma e può favorire aritmie ventricolari pericolose, che compaiono soprattutto a riposo o durante il sonno. Il rischio però varia molto da persona a persona: è più basso in chi non ha mai avuto disturbi, più alto in chi ha avuto uno svenimento dovuto a un’aritmia o un arresto cardiaco.

Il primo passo è una valutazione in un centro con esperienza nelle aritmie ereditarie, che conferma la diagnosi e stima il rischio. L’aspetto tipico dell’elettrocardiogramma può comparire spontaneamente, anche solo a tratti, oppure solo con la febbre o durante un test con un farmaco, e alcune alterazioni simili hanno altre cause: il significato cambia da un caso all’altro. In base al rischio si decide se bastano i controlli periodici o se servono altri esami o un defibrillatore impiantabile.

Alcune precauzioni, raccomandate dalle linee guida europee, valgono per tutti:

  • abbassare subito la febbre con i comuni antifebbrili, perché la febbre può favorire le aritmie;
  • evitare i farmaci che possono peggiorare la condizione, elencati nel sito internazionale brugadadrugs.org, e segnalare la diagnosi a ogni medico, dentista o anestesista prima di nuove terapie o di un’anestesia;
  • evitare cocaina, cannabis e gli eccessi di alcol.

Poiché la condizione è ereditaria, una valutazione cardiologica con elettrocardiogramma è consigliata anche ai familiari di primo grado: genitori, fratelli e figli. Il test genetico può essere utile, ma trova la causa solo in una parte dei casi.

Lo sport non è escluso in partenza: per chi non ha avuto sintomi le linee guida europee lo considerano possibile, evitando le situazioni che fanno salire molto la temperatura del corpo, come le gare di resistenza al caldo, la sauna o il bagno turco. Per lo sport agonistico l’idoneità segue in Italia protocolli specifici, che tengono conto del profilo di rischio.

Quando chiamare il 112. In caso di svenimento, anche se ci si riprende subito, o di palpitazioni con malessere o sensazione di svenire; e se chi dorme accanto nota di notte un respiro rumoroso e affannoso, con difficoltà a svegliarsi. Se la persona non risponde e non respira normalmente, dopo la chiamata si inizia il massaggio cardiaco e si usa il defibrillatore, se presente.

Lo scompenso cardiaco dà sempre gonfiore alle gambe?

No. Il gonfiore di caviglie e gambe è uno dei segni possibili, ma lo scompenso si manifesta spesso prima con affanno durante gli sforzi, difficoltà a respirare da sdraiati, con il bisogno di più cuscini, stanchezza, tosse notturna o un rapido aumento di peso dovuto all’accumulo di liquidi. Il gonfiore può anche mancare.

D’altra parte, le gambe gonfie hanno molte altre cause: insufficienza venosa, alcuni farmaci, malattie dei reni o del fegato.

Chi ha uno scompenso noto dovrebbe pesarsi ogni giorno e avvisare il medico se il peso aumenta rapidamente, per esempio più di 2 kg in 3 giorni, o se l’affanno peggiora.

Per chi fa fatica a spostarsi, la visita con ECG ed ecocardiogramma si può fare anche a casa: cardiologoacasa.it.

Quando chiamare il 112. Se compare una mancanza di fiato improvvisa e intensa.

Cos’è un soffio al cuore? È pericoloso?

Il soffio è un rumore che il medico sente con il fonendoscopio, prodotto dal sangue che scorre in modo turbolento nel cuore o nei grandi vasi. Non è una malattia ma un segno, che può avere significati molto diversi.

Molti soffi sono «innocenti», o funzionali: si sentono in un cuore normale, sono frequenti nei bambini e nei ragazzi e possono comparire in gravidanza, con la febbre, con l’anemia, con la tiroide che lavora troppo o negli sportivi allenati. Non richiedono cure né limitazioni.

Altri soffi dipendono da una valvola che si è ristretta (stenosi) o che non si chiude bene (insufficienza), oppure da un difetto presente dalla nascita, come una comunicazione tra le cavità del cuore. Nelle persone anziane un soffio nuovo può essere il segno di una valvola aortica che si sta restringendo.

Le caratteristiche del soffio orientano, ma l’esame che chiarisce è l’ecocardiogramma: nell’adulto si esegue quando la visita non permette di considerare il soffio innocente, e sempre quando si accompagna a disturbi come affanno, dolore al petto sotto sforzo, svenimenti o palpitazioni. Nei bambini la gran parte dei soffi è innocente e viene riconosciuta come tale già dal pediatra con la visita.

Se l’ecocardiogramma è normale, il soffio è innocente e non serve ripetere l’esame a intervalli regolari. Se mostra un problema di una valvola, la frequenza dei controlli dipende da quanto è importante, come spiegato nella domanda sulle valvole cardiache. La profilassi antibiotica prima delle cure dentarie riguarda solo poche condizioni ad alto rischio, come le protesi valvolari o un’endocardite già avuta, e la indica il cardiologo: un soffio innocente non la richiede.

Si può vivere normalmente con una valvola cardiaca che non funziona bene?

Spesso sì. Le valvulopatie lievi sono comuni e di solito richiedono solo controlli periodici con l’ecocardiogramma, con intervalli decisi dal cardiologo.

Quando una valvola è molto ristretta o perde molto, il cuore può affaticarsi nel tempo, a volte prima che compaiano sintomi importanti: i controlli servono a scegliere il momento giusto per un eventuale intervento, chirurgico o per via percutanea, deciso insieme ai centri specializzati.

Tra un controllo e l’altro vanno segnalati senza aspettare sintomi nuovi come affanno, dolore al petto durante lo sforzo, svenimenti o una minore tolleranza alla fatica.

Ho avuto un infarto: cosa devo fare adesso?

Dopo un infarto la cura non finisce con la dimissione. Nei mesi successivi gli obiettivi sono recuperare le forze, ridurre il rischio di un nuovo evento e tornare alla vita di prima, il più delle volte senza grandi limitazioni.

Le linee guida europee raccomandano a tutti un programma di riabilitazione cardiologica, che comprende attività fisica guidata e progressiva, controllo dei fattori di rischio, informazioni sulla malattia e sulla terapia e sostegno psicologico. Aiuta a riprendere fiducia nelle proprie forze e riduce il rischio di nuovi eventi e di nuovi ricoveri.

Poi ci sono i fattori di rischio: smettere del tutto di fumare; portare il colesterolo LDL sotto 55 mg/dl, riducendolo almeno della metà rispetto al valore di partenza; tenere sotto controllo pressione, glicemia e peso; seguire un’alimentazione di tipo mediterraneo e muoversi ogni giorno. È raccomandata anche la vaccinazione antinfluenzale ogni anno.

Nelle settimane dopo un infarto sono frequenti stanchezza, ansia, umore basso, disturbi del sonno e la paura che succeda di nuovo. Conviene parlarne con il medico: si possono affrontare, e affrontarli aiuta anche la ripresa.

Quando chiamare il 112. Se ricompare un dolore o un senso di peso al petto simile a quello dell’infarto, o diverso dal solito, che non passa in pochi minuti a riposo; se compaiono mancanza di fiato improvvisa, svenimento o palpitazioni con malessere.

Dopo un infarto, perché devo prendere tanti farmaci se sto bene?

Perché ognuno ha un compito preciso, che non dipende da come ci si sente. Alcuni impediscono la formazione di coaguli nelle coronarie e nello stent, soprattutto nei mesi successivi all’intervento; altri abbassano il colesterolo LDL e rendono più stabili le placche; altri ancora proteggono il muscolo del cuore e tengono sotto controllo pressione e frequenza. Insieme riducono il rischio di un nuovo infarto, di scompenso e di morte cardiovascolare: stare bene è spesso proprio il risultato della terapia.

Per questo nessun farmaco va sospeso o ridotto di propria iniziativa, neanche per pochi giorni. Interrompere da soli i farmaci contro i coaguli nei mesi dopo uno stent espone al rischio che nello stent si formi un coagulo che lo chiude, causando un nuovo infarto. Prima di cure dentarie, esami o interventi va detto a chi li esegue quale terapia si sta seguendo, e un’eventuale sospensione si decide insieme al cardiologo.

Se un farmaco dà effetti collaterali o è difficile da gestire, va detto al medico: spesso si può cambiare dose o tipo di farmaco senza rinunciare alla protezione. Con il tempo la terapia viene rivalutata e, quando possibile, semplificata.

Dopo un infarto, quando si torna al lavoro, alla guida e alla vita di coppia?

Dipende da quanto è stato esteso l’infarto, da come funziona il cuore dopo le cure, da eventuali aritmie o complicazioni e dal tipo di attività. Dopo un infarto trattato rapidamente e senza complicazioni, la maggior parte delle persone riprende le attività abituali nel giro di alcune settimane; i tempi si concordano con il cardiologo, spesso dopo un test da sforzo o al termine della riabilitazione.

Un lavoro sedentario si riprende di solito prima di uno con sforzi fisici pesanti o con mansioni in cui un malore metterebbe a rischio la sicurezza propria o altrui. Anche il ritorno alla guida va concordato con il cardiologo; per chi guida per lavoro, con le patenti professionali, le regole sono più severe e serve una valutazione specifica.

L’attività sessuale si può in genere riprendere quando si riescono a fare senza disturbi sforzi moderati, come salire a passo svelto un paio di rampe di scale. I farmaci per i disturbi dell’erezione vanno presi solo dopo averne parlato con il cardiologo: insieme ad alcuni farmaci per l’angina possono abbassare la pressione in modo pericoloso.

Per l’attività fisica e lo sport vale quanto detto nella domanda sullo sport dopo un infarto.

Approfondimento: In aereo con la pressione alta, dopo un infarto o con il pacemaker.

Visite ed esami

7 domande

Quando è utile una visita cardiologica?

È consigliabile quando ci sono disturbi che possono dipendere dal cuore, come dolore o peso al petto sotto sforzo, affanno, palpitazioni, svenimenti o gonfiore alle gambe; quando pressione, colesterolo o glicemia sono alterati, o ci sono più fattori di rischio insieme; in caso di familiarità per malattie cardiache in giovane età o per morte improvvisa; prima di un’attività sportiva impegnativa; quando lo richiede il medico per un esame alterato o in vista di un intervento.

Non esiste un’età fissa per la prima visita. Le linee guida europee suggeriscono di valutare il rischio cardiovascolare anche senza disturbi, in genere dopo i 40 anni negli uomini e dopo i 50 o la menopausa nelle donne, e prima se ci sono fattori di rischio. Questa valutazione può farla anche il medico di famiglia, che indica se serve un approfondimento cardiologico.

I disturbi improvvisi o importanti non vanno rimandati a una visita programmata: in questi casi si chiama il 112.

Ogni quanto bisogna fare un controllo cardiologico?

Non c’è un intervallo valido per tutti. Chi non ha disturbi né malattie di cuore non ha bisogno di visite cardiologiche periodiche di routine: basta che il rischio cardiovascolare (pressione, colesterolo, glicemia, peso, fumo) venga rivalutato nel tempo, anche dal medico di famiglia.

Per chi ha una cardiopatia, un’aritmia, una valvulopatia o è portatore di un pacemaker o di un defibrillatore, la frequenza dei controlli dipende dalla malattia e dalla sua stabilità ed è indicata dal cardiologo. Sintomi nuovi o in peggioramento sono comunque un motivo per anticipare il controllo.

Quali esami servono per sapere se il cuore è sano?

Non esiste un singolo esame che dica se il cuore è sano. Il punto di partenza sono la storia clinica, la visita e la misurazione della pressione, insieme ad alcuni esami del sangue, come colesterolo, glicemia e funzione renale, e all’elettrocardiogramma. Da questi dati si stima il rischio cardiovascolare.

Gli altri esami, come l’ecocardiogramma, il test da sforzo, l’Holter o gli esami di imaging, servono quando c’è una domanda precisa: un sintomo, un soffio, un elettrocardiogramma alterato, una malattia da seguire. Fare esami senza un motivo non aggiunge sicurezza e può portare a risultati difficili da interpretare.

Come si svolge, come prepararsi e cosa non dice: le schede sugli esami cardiologici.

Quando serve un ecocardiogramma?

L’ecocardiogramma usa gli ultrasuoni per mostrare il cuore in movimento: dimensioni e spessore delle pareti, forza di contrazione, funzionamento delle valvole, pericardio. È un esame indolore, senza radiazioni e senza preparazione.

È indicato, per esempio, in caso di soffio cardiaco, di affanno o gonfiori che fanno sospettare uno scompenso, dopo un infarto, per seguire una valvulopatia o una cardiomiopatia, nell’ipertensione quando serve valutarne gli effetti sul cuore, con un elettrocardiogramma alterato o con una familiarità per alcune malattie del cuore. Non è un esame da ripetere di routine senza un motivo clinico.

Come si svolge, come prepararsi e cosa non dice: la scheda sull’ecocardiogramma.

A cosa serve l’Holter ECG?

È un elettrocardiogramma registrato in continuo, di solito per 24 ore o più, mentre si svolgono le normali attività. Serve a studiare disturbi che vanno e vengono, come palpitazioni, capogiri o svenimenti, a contare le extrasistoli, a cercare una fibrillazione atriale o pause del battito e a verificare l’effetto di alcune terapie.

Durante la registrazione l’apparecchio non va bagnato, ed è importante annotare l’orario e il tipo dei disturbi avvertiti, così da poterli confrontare con il tracciato.

Come si svolge, come prepararsi e cosa non dice: la scheda sull’Holter ECG.

Quando è utile l’Holter pressorio delle 24 ore?

Il monitoraggio della pressione nelle 24 ore misura la pressione a intervalli regolari, di giorno e di notte. Serve a confermare la diagnosi di ipertensione, a riconoscere l’ipertensione «da camice bianco», alta solo dal medico, e quella «mascherata», normale dal medico ma alta nella vita quotidiana, a valutare la pressione notturna e a verificare se la terapia funziona nell’arco dell’intera giornata.

Durante l’esame si svolgono le attività abituali; quando il bracciale si gonfia conviene fermarsi e tenere il braccio disteso e rilassato.

Come si svolge, come prepararsi e cosa non dice: la scheda sul monitoraggio della pressione.

Come ci si prepara alla visita cardiologica? Serve il digiuno?

Per la visita, l’elettrocardiogramma e l’ecocardiogramma non serve il digiuno, e i farmaci abituali si prendono come sempre, compresi quelli per la pressione: valutare pressione e battito con la terapia in corso è più utile che dopo averla sospesa. Fanno eccezione le indicazioni diverse ricevute dal medico e alcuni esami con regole proprie, come il test da sforzo, l’ecocardiogramma transesofageo o gli esami del sangue, per i quali le istruzioni vengono date insieme all’appuntamento.

Conviene portare l’elenco completo dei farmaci, con dosi e orari, compresi gli integratori; i referti di visite, ricoveri ed esami precedenti, con gli elettrocardiogrammi e gli esami del sangue recenti; gli eventuali valori di pressione misurati a casa. Anche le registrazioni di smartwatch o di altri dispositivi possono essere utili da mostrare.

Colesterolo, fumo e stile di vita

7 domande

Pagina dedicata alla prevenzione cardiovascolare

Quali sono i valori ideali di colesterolo LDL?

Non esiste un valore ideale uguale per tutti: l’obiettivo dipende dal rischio cardiovascolare di ciascuno, che il medico stima considerando età, pressione, fumo, diabete, funzione dei reni, familiarità e malattie cardiovascolari già presenti.

Le linee guida europee (ESC/EAS, obiettivi confermati nell’aggiornamento del 2025) indicano come obiettivo di colesterolo LDL:

  • meno di 116 mg/dl con rischio basso;
  • meno di 100 mg/dl con rischio moderato;
  • meno di 70 mg/dl con rischio alto;
  • meno di 55 mg/dl con rischio molto alto, per esempio dopo un infarto o un ictus ischemico.

Con rischio alto e molto alto si punta anche a ridurre l’LDL di almeno la metà rispetto al valore di partenza. Per questo un valore che rientra negli intervalli di riferimento del laboratorio non è necessariamente adeguato per chi ha un rischio elevato.

Quanto si può abbassare il colesterolo con dieta e stile di vita?

Dipende da quanto è alto in partenza e da quanto pesa la genetica, ma in genere meno di quanto si spera. Secondo le linee guida europee (ESC/EAS), ciascuno dei cambiamenti più efficaci riduce il colesterolo LDL di circa il 5-10%: eliminare i grassi trans, ridurre i grassi saturi (burro, formaggi grassi, carni grasse e lavorate, dolci industriali), aumentare le fibre (legumi, cereali integrali, avena, verdura) e perdere peso se è in eccesso. Ridurre il colesterolo dei cibi, come uova e frattaglie, incide meno. Gli alimenti arricchiti di fitosteroli abbassano un poco l’LDL, ma non ci sono studi che dimostrino una riduzione di infarti e ictus.

L’attività fisica sposta poco l’LDL, ma migliora trigliceridi e colesterolo HDL e riduce il rischio cardiovascolare per molte altre vie, dalla pressione alla glicemia.

Messi insieme, questi cambiamenti possono dare una riduzione apprezzabile, con risposte molto diverse da persona a persona. Per chi parte da valori molto alti o ha un rischio cardiovascolare elevato, però, di solito non bastano a raggiungere l’obiettivo e serve anche un farmaco. Le due cose non si escludono: lo stile di vita continua a contare anche durante la terapia. Sugli integratori ci sono due articoli dedicati: uno sul riso rosso fermentato e uno sugli integratori senza monacolina.

Perché il colesterolo LDL è alto anche se mangio bene e sono magro? Servono gli integratori?

Gran parte del colesterolo nel sangue non arriva da quello che si mangia: è prodotta dal fegato, in una misura che dipende molto dalla genetica. Per questo l’LDL può essere alto anche in chi mangia bene ed è magro. Alimentazione e attività fisica restano utili, ma da sole lo riducono in modo limitato: se il valore di partenza è molto alto, o il rischio cardiovascolare richiede un obiettivo basso, spesso non bastano.

Valori molto alti fin da giovani, soprattutto se in famiglia ci sono casi simili o infarti precoci, possono indicare un’ipercolesterolemia familiare, una condizione ereditaria che va riconosciuta e trattata e che riguarda anche i familiari.

Gli integratori per il colesterolo possono abbassare un poco i valori, ma il loro contenuto non è controllato come quello dei farmaci, alcuni contengono sostanze attive con possibili effetti collaterali e interazioni, e non hanno prove di riduzione di infarto e ictus paragonabili a quelle delle terapie prescritte. Quando serve ridurre il rischio cardiovascolare la terapia si sceglie con il medico, e oggi ci sono alternative anche per chi in passato non ha tollerato un farmaco.

Camminare ogni giorno fa bene al cuore?

Sì. L’attività fisica regolare riduce il rischio di malattie cardiovascolari e aiuta a controllare pressione, peso, glicemia e colesterolo. Le linee guida europee indicano per gli adulti 150-300 minuti a settimana di attività moderata, come una camminata a passo svelto, oppure 75-150 minuti di attività intensa, meglio se distribuiti in più giorni e affiancati da esercizi di forza almeno due volte a settimana.

Anche quantità inferiori sono meglio di niente, ed è utile ridurre il tempo passato seduti. Chi ha una malattia di cuore, o avverte dolore al petto, affanno sproporzionato o palpitazioni durante lo sforzo, dovrebbe farsi valutare prima di aumentare l’intensità.

Quali benefici ha smettere di fumare, e quanto in fretta arrivano?

Smettere di fumare è uno dei modi più efficaci per proteggere cuore e arterie, a qualunque età e anche dopo molti anni di fumo. I benefici cominciano subito: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo venti minuti scendono frequenza cardiaca e pressione e dopo dodici ore il monossido di carbonio nel sangue torna normale; dopo un anno il rischio di malattia coronarica è circa la metà di quello di un fumatore; tra cinque e quindici anni il rischio di ictus diventa quello di chi non fuma, e dopo quindici anni anche quello coronarico.

Chi ha già avuto un infarto ne ricava un vantaggio ancora maggiore: sempre secondo l’OMS, smettere dimezza la probabilità di un nuovo infarto. E il beneficio vale anche per chi ha fumato molto: secondo le linee guida europee, anche nei forti fumatori il rischio cardiovascolare si riduce già nei primi cinque anni dopo aver smesso.

Ridurre il numero di sigarette non basta: anche poche sigarette al giorno aumentano in modo importante il rischio di infarto e ictus, e il beneficio pieno arriva solo smettendo del tutto. L’aumento di peso che a volte segue non annulla i vantaggi per il cuore. Smettere protegge anche chi vive in casa, a partire dai bambini, dal fumo passivo.

Come si smette di fumare?

Con un aiuto le probabilità di riuscire aumentano molto rispetto alla sola forza di volontà. Le linee guida europee raccomandano di unire il sostegno, dai consigli del medico ai colloqui e ai programmi strutturati, alle terapie che hanno dimostrato di funzionare: i sostituti della nicotina, come cerotti, gomme o spray, e alcuni farmaci prescritti dal medico.

Ci si può rivolgere al proprio medico e ai Centri antifumo del Servizio sanitario. Il Telefono Verde contro il Fumo dell’Istituto Superiore di Sanità, 800 554 088, gratuito e anonimo, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16, dà informazioni e indica i centri più vicini.

Aiuta fissare una data, togliere sigarette e accendini da casa e dall’auto, prevedere i momenti a rischio, come il caffè, l’alcol o lo stress, e dirlo alle persone vicine. Ricadere è frequente e non vuol dire che non si possa riuscire: molte persone smettono dopo più tentativi.

Sigaretta elettronica e tabacco riscaldato sono meno dannosi per il cuore?

Espongono a meno sostanze tossiche della sigaretta tradizionale, ma non sono innocui. La nicotina che contengono aumenta frequenza cardiaca e pressione e crea dipendenza, e gli effetti a lungo termine su cuore e polmoni non sono ancora noti.

Il tabacco riscaldato contiene comunque tabacco: le linee guida europee lo sconsigliano e non va considerato un modo per smettere. La sigaretta elettronica, secondo le stesse linee guida, può aiutare alcuni fumatori a smettere nel breve periodo, ma l’obiettivo resta liberarsi anche di quella.

Svapare e intanto continuare a fumare qualche sigaretta, come succede spesso, non riduce il rischio: quello che conta è smettere del tutto di fumare tabacco. E chi non fuma non ha alcun motivo per cominciare.

Peso, obesità e cuore

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Pagina dedicata all’obesità

Perché il cardiologo si occupa di sovrappeso e obesità?

L’obesità non è una questione di forza di volontà: è una malattia cronica che agisce direttamente sul cuore e sulle arterie. L’eccesso di grasso, soprattutto addominale, favorisce ipertensione, diabete, alterazioni del colesterolo e uno stato di infiammazione cronica, e aumenta il rischio di fibrillazione atriale, cardiopatia ischemica e scompenso cardiaco, in particolare della forma a frazione di eiezione preservata, che si manifesta spesso con affanno sotto sforzo. Si associa inoltre alle apnee notturne, che a loro volta pesano su pressione e ritmo cardiaco.

Per questo ridurre il peso fa parte della cura cardiologica, al pari del controllo della pressione o del colesterolo: perdere peso in modo stabile abbassa la pressione, migliora glicemia e colesterolo, alleggerisce il lavoro del cuore e spesso riduce l’affanno.

Basta il BMI per capire se il peso è un rischio per il cuore?

L’indice di massa corporea (BMI) si ottiene dividendo il peso per il quadrato dell’altezza: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si parla di sovrappeso da 25 kg/m² e di obesità da 30 kg/m². Si calcola facilmente, anche con il calcolatore del BMI di questo sito, ma da solo non dice tutto: non distingue il grasso dai muscoli e non dice dove il grasso si accumula.

Per il cuore conta soprattutto il grasso viscerale, quello che si deposita nell’addome e intorno agli organi, il più attivo nel produrre infiammazione e resistenza all’insulina. Una stima semplice è la circonferenza della vita: nella popolazione europea il rischio aumenta oltre 94 cm nell’uomo e 80 cm nella donna, e in modo marcato oltre 102 e 88 cm. Anche con un BMI poco aumentato, un girovita ampio insieme a pressione alta, trigliceridi alti o glicemia al limite indica un rischio cardiovascolare su cui vale la pena intervenire.

Sono in sovrappeso ma ho gli esami a posto: il peso conta lo stesso?

Sì, anche se il rischio non è uguale per tutti. Pressione, glicemia e colesterolo nella norma sono un buon segno, ma con gli anni l’eccesso di peso tende ad alterarli; inoltre l’obesità aumenta il rischio di scompenso cardiaco, fibrillazione atriale e apnee notturne anche in chi ha gli esami a posto. Conta anche dove si accumula il grasso: un girovita ampio indica più grasso viscerale, il più dannoso per il cuore, come spiegato nella domanda sul BMI.

Non serve puntare subito al peso «ideale»: anche un calo moderato, mantenuto nel tempo, migliora pressione, glicemia, trigliceridi e apnee notturne, e cali maggiori portano benefici maggiori. Con un sovrappeso lieve, già evitare di aumentare ancora è un obiettivo utile. Restare attivi conta in ogni caso: una buona forma fisica riduce il rischio cardiovascolare anche quando il peso cambia poco.

Qual è la dieta migliore per perdere peso? E i prodotti dimagranti?

Non esiste una dieta migliore in assoluto: a parità di calorie, schemi diversi portano a risultati simili, e quello giusto è quello che si riesce a mantenere nel tempo. Per il cuore il modello con più prove è quello mediterraneo: verdura, frutta, legumi, cereali integrali, pesce, frutta secca e olio extravergine d’oliva, con poca carne rossa e lavorata e pochi zuccheri aggiunti.

Più delle regole rigide funzionano pochi cambiamenti concreti e stabili: porzioni più piccole, meno cibi industriali molto lavorati, meno bevande zuccherate e alcol. L’aiuto di un professionista della nutrizione aumenta le probabilità di riuscita.

Le diete drastiche e i digiuni prolungati fanno scendere in fretta la bilancia, ma all’inizio si perde soprattutto acqua, e senza abitudini sostenibili il peso tende a tornare. Chi assume farmaci per il diabete o per la pressione, se riduce molto ciò che mangia, può aver bisogno di adeguare la terapia: va fatto con il medico.

I prodotti dimagranti «naturali», brucia-grassi o drenanti non hanno prove di efficacia. Alcuni contengono stimolanti che aumentano pressione e battito, e prodotti venduti online sono risultati contenere farmaci non dichiarati, pericolosi per il cuore: è meglio evitarli, soprattutto con una malattia cardiaca.

I farmaci per l’obesità sono sicuri per il cuore?

Oggi esistono farmaci per l’obesità che, insieme ad alimentazione e attività fisica, permettono riduzioni di peso importanti. Quelli di nuova generazione sono stati valutati in grandi studi clinici, che ne hanno verificato anche la sicurezza cardiovascolare; alcuni, in persone con sovrappeso o obesità e una malattia cardiovascolare già nota, hanno ridotto il rischio di eventi cardiovascolari, e nello scompenso a frazione di eiezione preservata legato all’obesità hanno migliorato sintomi e capacità di sforzo.

Non sono trattamenti estetici. L’indicazione dipende dal BMI e dalle condizioni associate al peso, come ipertensione, prediabete o diabete, alterazioni dei lipidi, apnee notturne o malattie del cuore, e va posta dopo una valutazione medica che considera anche controindicazioni e terapie in corso. La cura va poi seguita nel tempo, per gestire gli effetti collaterali e preservare la massa muscolare.

Se si sospende la terapia per l’obesità, il peso torna a salire?

Spesso sì, almeno in parte. Come i farmaci per la pressione o per il colesterolo, anche quelli per l’obesità agiscono finché si assumono, perché intervengono sui meccanismi che regolano fame, sazietà e metabolismo: l’obesità è una condizione cronica, non un problema che si risolve una volta per tutte.

Per questo il percorso va impostato fin dall’inizio come una strategia di lungo periodo. La terapia rende più facile cambiare alimentazione e muoversi di più, e mantenere queste abitudini, insieme agli esercizi di forza per proteggere i muscoli, aiuta a conservare il risultato. Riduzioni o sospensioni della terapia vanno programmate con il medico, non decise da soli.

Allenarsi e dimagrire

5 domande

Per dimagrire basta fare sport?

Di solito no. Per perdere peso conta soprattutto l’alimentazione: un allenamento consuma meno energia di quanto si immagini, e l’organismo tende a compensare con più appetito e meno movimento nel resto della giornata. Per questo l’attività fisica, senza cambiare ciò che si mangia, fa perdere in genere poco peso.

È però decisiva per altre ragioni: aiuta a non riprendere il peso perso, protegge i muscoli durante il dimagrimento, riduce il grasso addominale e quello del fegato anche quando la bilancia si muove poco, abbassa pressione e glicemia. E una buona forma fisica riduce il rischio cardiovascolare anche in chi resta in sovrappeso.

In pratica conviene unire attività aerobica quasi tutti i giorni, come camminata veloce, bicicletta o nuoto, per almeno 150 minuti a settimana, ed esercizi di forza due o tre volte a settimana, riducendo il tempo passato seduti; per non riprendere il peso perso, in genere, serve più movimento. Con le terapie farmacologiche per l’obesità gli esercizi di forza diventano ancora più importanti, perché insieme al grasso si perde anche una parte di muscolo.

Non serve cercare di «bruciare» il grasso in un punto preciso: gli esercizi per gli addominali rinforzano i muscoli, ma non riducono la pancia più del resto del corpo.

Sono molto in sovrappeso: che attività fisica posso fare?

Quasi sempre si può cominciare subito, scegliendo attività che non sovraccaricano le articolazioni: camminare, cyclette o bicicletta, nuoto, ginnastica in acqua, ellittica. Si parte con sedute brevi, anche più volte al giorno, e si aumenta gradualmente; conta anche ogni movimento in più nella giornata, dalle scale agli spostamenti a piedi.

Gli esercizi di forza sono importanti quanto l’attività aerobica: aiutano a conservare i muscoli mentre si perde peso, sostengono le articolazioni e migliorano la glicemia. Per chi ha obesità le linee guida europee sullo sport indicano almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica moderata, distribuiti su più giorni, insieme a tre sedute settimanali di esercizi di forza.

Corsa e salti conviene rimandarli a quando il peso sarà sceso e la forma migliorata. Servono scarpe adatte e attenzione al caldo, che con l’obesità si tollera meno. Prima di allenamenti intensi è opportuna una valutazione medica, soprattutto in presenza di diabete, pressione alta o altri fattori di rischio, e va chiesta subito se durante lo sforzo compaiono dolore al petto o un affanno sproporzionato.

Come devo allenarmi per la salute del cuore?

Un allenamento completo ha tre componenti: l’attività aerobica, che allena cuore e circolazione, come camminata veloce, corsa, bicicletta o nuoto; gli esercizi di forza, con pesi, elastici o il peso del corpo, almeno due volte a settimana; gli esercizi di mobilità e di equilibrio, utili soprattutto con l’avanzare dell’età.

Per l’attività aerobica le linee guida europee indicano 150-300 minuti a settimana a intensità moderata, oppure 75-150 a intensità elevata, distribuiti su più giorni. L’intensità si regola facilmente con la parola: a intensità moderata si riesce a parlare ma non a cantare, a intensità elevata si riescono a dire solo poche parole di seguito.

Ogni seduta comincia con qualche minuto di riscaldamento e finisce rallentando gradualmente. Chi parte da zero comincia con sedute brevi e facili e, nell’arco di settimane, aumenta prima la durata e il numero delle sedute, poi l’intensità. L’allenamento a intervalli, con brevi tratti intensi alternati a fasi di recupero, è efficace ma va introdotto per gradi. La costanza conta più del singolo allenamento, e anche il recupero fa parte del programma.

Chi è sedentario, ha più fattori di rischio o una malattia di cuore dovrebbe fare una valutazione cardiologica prima di passare ad attività intense. Se durante lo sforzo compaiono dolore al petto, affanno sproporzionato, palpitazioni o capogiri ci si ferma e ci si fa valutare: sono i disturbi da non sottovalutare.

A quale frequenza cardiaca devo allenarmi?

La formula più usata, «220 meno l’età», stima la frequenza massima, da cui si ricavano le zone di allenamento. È però solo un’approssimazione: in una singola persona la frequenza massima reale può discostarsene anche di una decina di battiti o più, in un senso o nell’altro, e con essa tutte le zone calcolate.

Per allenarsi in salute funzionano bene anche segnali semplici, come la fatica percepita e il «test della parola»: un’intensità a cui si riesce a parlare con frasi complete, ma non a cantare, è moderata, adatta alla maggior parte degli allenamenti.

Alcuni farmaci per il cuore e per la pressione rallentano il battito: in questi casi le formule non valgono, e l’intensità si regola sulla fatica o sui valori indicati dal cardiologo. Il modo più preciso per conoscere la propria frequenza massima e le proprie soglie è un test da sforzo, meglio se cardiopolmonare, cioè con la misura dei gas respiratori: è utile a chi si allena in modo intenso e a chi, per una malattia di cuore, deve allenarsi a un’intensità definita.

Gli orologi con sensore al polso sono abbastanza affidabili a riposo e negli sforzi costanti, meno negli sforzi intensi o con il battito irregolare; le fasce toraciche sono più precise.

Fare pesi fa male al cuore o alla pressione?

No, se si fanno nel modo giusto. Gli esercizi di forza sono raccomandati dalle linee guida europee a tutti gli adulti, compresi quelli con la pressione alta, nei quali aiutano ad abbassarla insieme all’attività aerobica. Durante la spinta la pressione sale, ma torna rapidamente ai valori di partenza quando l’esercizio finisce.

Conta la tecnica: carichi moderati con più ripetizioni, movimenti controllati e respirazione regolare, senza trattenere il fiato durante la spinta, perché è questo a far salire molto la pressione. Carichi massimali e spinte a fiato trattenuto vanno evitati da chi ha la pressione non controllata, un’aorta dilatata o alcune malattie delle valvole o del muscolo cardiaco, che dovrebbe concordare con il cardiologo esercizi e carichi.

Cardiologia dello sport

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Faccio sport da amatore: basta il certificato o serve un controllo cardiologico?

La visita per il certificato di attività sportiva non agonistica si basa sulla storia clinica, sull’esame obiettivo con la misurazione della pressione e su un elettrocardiogramma a riposo: uno screening utile, che però non vede tutto. Nei giovani i rari eventi cardiaci legati allo sport dipendono soprattutto da malattie del cuore spesso ereditarie o presenti dalla nascita; con l’età, in genere dopo i 35 anni, la causa più frequente diventa la malattia delle coronarie, che a riposo spesso non lascia segni sull’elettrocardiogramma.

Una valutazione cardiologica più completa è prudente se si pratica un’attività intensa, se si riprende dopo anni di sedentarietà, se ci sono fattori di rischio come pressione alta, colesterolo elevato, diabete o fumo, o se in famiglia ci sono state malattie di cuore o morti improvvise in giovane età. A seconda dei casi può comprendere un test da sforzo e un ecocardiogramma.

Per lo sport agonistico serve invece la visita di idoneità del medico dello sport, con accertamenti che dipendono dalla disciplina.

Quali disturbi durante lo sport non vanno sottovalutati?

Dolore, peso o costrizione al petto durante lo sforzo; uno svenimento o la sensazione di svenire, soprattutto se avvengono mentre ci si allena; palpitazioni con capogiri; un affanno sproporzionato rispetto allo sforzo; un calo improvviso e inspiegato del rendimento.

Se compaiono, bisogna interrompere l’attività e non riprendere gli allenamenti intensi prima di una valutazione cardiologica, anche se nel frattempo il disturbo è passato.

Quando chiamare il 112. Subito, dopo uno svenimento durante lo sforzo, se il dolore al petto non passa con il riposo o si accompagna a sudorazione, mancanza di fiato o nausea, o se il battito è molto veloce e non si ferma. Se una persona si accascia, non risponde e non respira normalmente, dopo la chiamata si inizia il massaggio cardiaco e si usa il defibrillatore, se presente.

Ho la frequenza bassa e mi hanno parlato di «cuore d’atleta»: è normale?

Spesso sì. L’allenamento regolare, soprattutto negli sport di resistenza, modifica il cuore: la frequenza a riposo si abbassa, anche sotto i 50 battiti al minuto, le cavità possono essere un po’ più grandi e le pareti un po’ più spesse, e l’elettrocardiogramma può mostrare alcune variazioni tipiche. Sono adattamenti fisiologici, che si riducono quando l’allenamento diminuisce.

Non tutto quello che si osserva in uno sportivo però è cuore d’atleta: alcune cardiomiopatie e alcune aritmie possono dare quadri simili. Se l’elettrocardiogramma o l’ecocardiogramma mostrano alterazioni non tipiche dell’allenamento, o ci sono sintomi o una familiarità per malattie del cuore, serve una valutazione cardiologica, a volte con esami di approfondimento, per distinguere un adattamento normale da una condizione da seguire.

Si può fare sport dopo un infarto o con una malattia di cuore?

Nella maggior parte dei casi sì, ed è anzi consigliato: l’attività fisica regolare fa parte della cura di molte malattie del cuore, compresa la cardiopatia ischemica dopo un infarto o uno stent, lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale.

Tipo, intensità e progressione dell’attività si decidono però dopo una valutazione cardiologica, spesso con un test da sforzo che aiuta a definire il livello di impegno adatto. Dopo un infarto o un intervento al cuore il punto di partenza raccomandato è un programma di riabilitazione cardiologica. Per lo sport agonistico l’idoneità segue protocolli specifici per ciascuna malattia.

Approfondimento: Fibrillazione atriale e anticoagulante: posso fare sport?.

Chi ha la pressione alta può fare sport?

In genere sì, ed è anzi consigliato: l’attività fisica regolare aiuta a ridurre la pressione e il rischio cardiovascolare. Le linee guida raccomandano soprattutto attività aerobica di intensità moderata, come camminata veloce, bicicletta o nuoto, affiancata da esercizi di forza.

Se la pressione è molto alta o non ancora controllata, è prudente rimandare gli sforzi intensi finché non è stata valutata e trattata. Prima di iniziare un’attività intensa o agonistica, e in presenza di altre malattie di cuore, è opportuna una valutazione medica; per lo sport agonistico è comunque prevista la visita di idoneità.

Approfondimento: Pressione alta: posso andare in montagna?.

Risposte aggiornate a ottobre 2026 sulla base delle linee guida e dei documenti di consenso della Società Europea di Cardiologia. Hanno valore informativo generale e non costituiscono un parere sul singolo caso.

Per una valutazione del proprio caso serve una visita: i recapiti sono nella pagina principale. In caso di urgenza si chiama il 112.

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